E’ sera..

E’ sera e mi trovo qui a scrivere. E’ davvero caldo qui, sento l’ umidità fermarsi addosso, l’ aria fresca della notte tarda a prendere il sopravvento, ma accadrà…

Com’è bello avere un proprio angolo nel quale rifugiarsi, leggere di me stesso nelle parole che scorrono tra un sorso d’ acqua e uno sguardo al golfo. Mi vedo un po’  come un attore di qualche vecchio film degli anni 50, intento a perdersi nei ricordi mentre fuma una sigaretta nel buio della Luna. E’ forse di quest’ uomo che voglio parlare. Forse sì.

Bisogna renderlo umano e credibile. Comune ma interessante. O forse no…deve uscire per quello che è, vivo e sincero del suo io.

Perchè parla Americano ? Non lo so , ma sento che è lì che dovrebbe vivere.

Lo immagino su un molo, di notte, tra mille pensieri e una sola chiara certezza. E’ vivo e vuole vivere. Si perde tra i riflessi della Luna, mille screziature sul nero mare. La sua mente si è persa nella notte. E’ come fosse rapito dalle parole che la sua mente gli sussurra. E’ drogato di quelle parole, di quelle sensazioni che gli provoca il sentire certi pensieri. Mai come questa  sera il suo cappello gli stringe il suo campo visivo, lo fa concentrare sulle immagini che gli scorrono davanti, che somigliano quasi all’ incessante andirivieni di un pendolo, al suo rumore. Tlick, Tlack. Una volta, due volte, mille volte. ed ecco che quel suono rompe l’ immagine che ha davanti. Quello che non voleva vedere, torna a fargli visita, portando un conto piuttosto salato. Un nervoso sbattere di palpebre è l’ unico segno palpabile dell’ inferno che prova dentro. Di quello che ha vissuto e non vuole più dimenticare, quasi un perenne memento al suo passato. Si chiede perché sempre torna a fargli visita, perché non può fare a meno del rimorso, perché deve sempre ricordare di loro. Quelli che ha lasciato lassù, per sempre.

Un soffio di vento solleva la sua uniforme un po’ stinta e le mani sottili del vento si fanno strada tra le pieghe dei suoi abiti. E’ un vento caldo, ma lui non smette di ricordare. E di pensare. Vuole salire di nuovo lassù. Perchè forse la sua mente è rimasta lì, mentre il suo corpo sta vagando di notte, tra mille lacrime.

E’ tardi ormai, e decide di andare via. Volta lo sguardo al mare, e lo sposta sulla strada che ormai percorre da sei mesi quasi ogni sera. Passo dopo passo esce dal molo nel quale era entrato più di due ore prima e si incammina verso la sua camera, in un hotel poco distante. Il telefono squilla. Chi sarà a quest’ora ? Dalla tasca interna, la vibrazione insistente accompagnata a quel sordo cicalio lo rende nervoso. Perchè in cuor suo ha il timore di leggere da chi proviene la chiamata. Il lucido display del telefono non è così clemente da regalargli la visione di un numero socnosciuto o di una chiamata sbagliata.  Sono loro. E lo vogliono adesso.

“Parlo con il capitano Taylor ?”

La voce è quella un po’ tremolante della recluta. Mi fanno addirittura chiamare da altri, pensa tra se e se.

“In persona”, risponde.

“Capitano, passo la conversazione all’ Ammiraglio Vaughn.”

Vaughn no. Lei no, pensa ora innervosito. Non la tollerava. Non tollerava quella donna che poco più di sei mesi addietro lo aveva lasciato a terra. Fino a nuovo ordine.

Durante l’ inchiesta formale, Taylor aveva cercato di comprendere le sue colpe, addirittura addossandosi problemi del tutto estranei ai suoi compiti. Ma lei era riuscita a fare in modo che le sue notti, da quella notte in poi, sarebbero state degli incubi senza fine.

~ di pjam83 su settembre 7, 2010.

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